Sono emersi invece comportamenti adattivi volti a difendere lo ‘status quo’, applicando solo formalmente e in maniera “conservatrice” i diversi tagli ai diversi ambiti e fattori dell’organizzazione pubblica. Questa logica, sia per l’inefficacia evidente degli interventi sia per la gravità della situazione finanziaria, che ci obbliga non solo alla parità del bilancio ma a ridurre il debito accumulato, dovrà essere inevitabilmente superata da una politica di spending review, ormai da tempo attesa.
Pertanto le norme del pubblico impiego dovranno necessariamente collocarsi in tale processo complessivo. Né un approccio punitivo dei lavoratori, né una visione per comparti, che, come è accaduto recentemente, porta ad avere norme sulle pensioni che contraddicono norme sui risparmi, possono essere mantenuti nei prossimi mesi.
Serve uno sforzo complessivo ed integrato che porti non a tagliare singole voci, ma, come più volte ricordato dagli addetti ai lavori, a ridisegnare il settore pubblico che l’Italia potrà permettersi alla luce del suo tasso di crescita e soprattutto dello stock di debito pubblico accumulato.
L’approccio che dovrà guidare la gestione delle risorse umane delle pubbliche amministrazioni nei prossimi mesi non potrà essere slegato dal quadro finanziario complessivo e pertanto anche alla luce di alcuni parametri di spesa e sostenibilità finanziaria, la programmazione dei fabbisogni di personale e il miglior utilizzo dello stesso dovranno essere inseriti nell’ambito della generale programmazione finanziaria, compatibilmente con le spese sostenibili e l’autonomia di entrata.
I bilanci degli enti dovranno essere sempre più al centro di qualsiasi programmazione ed oggetto di attenzione anche da parte delle organizzazioni sindacali, per i riflessi che l’andamento finanziario può avere, sia sull’andamento occupazionale sia sulle risorse destinabili alla contrattazione di secondo livello, attraverso il meccanismo dell’art. 16 del Dl n. 98/2011. Da questo punto di vista la trasparenza totale sancita dall’art. 11 del Dlgs n. 150/2009 dovrà soffermarsi su elementi essenziali, come il bilancio e le politiche, e non solo su aspetti formali come i curricula e le retribuzioni. Le dismissioni degli immobili e delle partecipate, da un lato, e l’anticipo dell’autonomia impositiva su alcuni tributi, dall’altro, renderanno strategico e centrale per regioni ed enti locali la gestione del bilancio, sulla quale vi è ancora poca trasparenza.
In questo scenario, senza voler essere esaustivi, si può immaginare un’agenda minima per il 2012 che guidi i lavori di riforma del settore pubblico. In un contesto a forte limitazione delle assunzioni occorrerà semplificare le norme sulla mobilità, chiarendo il quadro normativo sui comandi o assegnazioni temporanee e soprattutto il trattamento economico spettante in caso di mobilità intercompartimentale.
Processi come la soppressione delle province, la gestione associata dei servizi o l’accorpamento degli enti produrranno eccedenze di personale che dovranno essere gestite in maniera efficiente.
Un incremento della produttività nel settore pubblico non potrà che dipendere da un rilancio funzionale della contrattazione integrativa, che potrà essere finanziata solo dai piani di razionalizzazione di cui all’art. 16 del Dl n. 98/2011. Il quadro normativo sulla dirigenza dovrà superare definitivamente le contraddizioni presenti, eliminando le disposizioni che consentono di revocare anticipatamente gli incarichi dirigenziali. I processi di razionalizzazione avranno bisogno di norme che favoriscano ove necessario la fuoriuscita del personale, strumentario che la recente normativa sulle pensioni ha soppresso, compromettendo le programmazioni dei fabbisogni e i processi di riorganizzazione degli enti.
La valutazione del personale, dopo le norme di sospensione contenute nel Dlgs n. 141/2011, dovrebbe trovare nuovo respiro, in un quadro meno formalistico e rigido, che consenta di canalizzare le risorse sul merito e sulle competenze, aumentando la produttività e l’efficienza.
Il messaggio che dovrebbe guidare quest’anno l’azione di riforma non dovrebbe concentrarsi soltanto sul “costare di meno”, ma sul “fare di più”, pur con modelli organizzativi diversi, altrimenti il settore pubblico sarà definitivamente condannato all’asfissia e alle ulteriori riduzioni dettate da una crisi finanziaria lunga.
Francesco Verbaro, docente della Scuola superiore della pubblica amministrazione
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