Da una parte, infatti, è prevista una consistente riduzione dei trasferimenti erariali, destinata a incidere pesantemente sulle risorse disponibili per finanziare la spesa corrente, di per sé fortemente rigida e tendenzialmente più sofferente. Dall’altra, invece, si presentano notevolmente impegnativi gli obiettivi del patto di stabilità interno da conseguire, che richiedono proibitivi miglioramenti dei saldi finanziari a fronte di limitate leve gestionali.
Le entrate tributarie risultano bloccate (con l’eccezione Tarsu) e le addizionali, per i Comuni virtuosi, sono rimaste incagliate nella partita del federalismo municipale, rendendo praticamente impossibile il ricorso alla fiscalità per il reperimento di risorse aggiuntive.
Le entrate in conto capitale sono di per sé aleatorie e impongono scelte non sempre reversibili, come nel caso delle alienazioni patrimoniali. In altri casi, poi, possono comportare, se non gestite adeguatamente, riflessi negativi: basti pensare alle discutibili scelte in materia di governo del territorio che potenzialmente scaturiscono da una “rincorsa” al conseguimento di proventi dal rilascio di permessi di costruire.
Le spese correnti sono oggettivamente poco flessibili, anche perché in buona parte composte da voci (come il personale, le spese per contratti in essere, gli oneri finanziari su mutui e prestiti) piuttosto rigide e non facilmente rimodulabili nel breve periodo. In più buona parte degli spazi di miglioramento e di razionalizzazione è già stata spesa negli esercizi precedenti, per fronteggiare gli ulteriori vincoli e tagli di cui sono risultate destinatarie le autonomie locali nel corso degli anni.
Sofferente è la gestione degli investimenti, che rileva in termini di cassa nel patto di stabilità.
Le innovazioni (legge 220/2010), che hanno inasprito il quadro di riferimento, rendono non solo arduo l’avvio di ulteriori interventi ma addirittura difficoltoso il pagamento degli impegni già assunti.
Il quadro delineato diviene ancora più paradossale se si considerano ulteriori elementi che possono entrare in gioco.
Da una parte, va ricordato che, finora, gli Enti locali hanno arrecato un significativo contributo al risanamento della finanza pubblica, facendosi carico di conseguire risparmi gestionali importanti.
Dall’altra parte, è utile evidenziare come essi abbiano progressivamente accumulato ingenti avanzi di amministrazione (e disponibilità liquide), che non sono effettivamente utilizzabili e spendibili in sede di formazione del bilancio di previsione per effetto dei vincoli del patto di stabilità.
Ecco perché si presenta quanto mai indispensabile un’inversione di rotta e di tendenza, che configuri (o, meglio, riconfiguri) la gestione di un Ente locale non come un mero esercizio “ragionieristico” (finalizzato a realizzare sistematicamente avanzi), avente come obiettivo principale il contributo al risanamento della finanza pubblica, bensì come uno strumento a servizio della collettività di riferimento e dei bisogni da questa manifestati.
Ciò ovviamente senza prescindere da un’esigenza di rigore e di rispetto di sani equilibri economico-finanziari, che non possono certamente costituire, però, il fine ultimo della gestione ma solo un vincolo da soddisfare nel tempo attraverso il conseguimento di congrue condizioni di efficacia ed efficienza dell’operare.
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